La morte di Paola Labriola: le riflessioni di un collega

L’omicidio sul campo di una collega come Paola Labriola ci deve far pensare e riflettere sul fatto che, in Italia e nel mondo, stiamo vivendo un momento drammatico, di crisi, non soltanto politica o economica, ma una crisi che investe tutta la nostra esistenza . Urge un cambiamento culturale profondo e radicale che parte anche dai modelli organizzativi di salute sul territorio.

Quella che oggi viviamo è una vita difficile, drammatica, complessa in cui viene soffocata la speranza nei giovani di costruirsi un futuro. Manca una progettualità a livello centrale, nelle regioni e nei comuni. Prevale la logica delle lobby economiche che tendono ai profitti e di una politica miope centrata a difendere gli interessi della casta. I giovani, le fasce più deboli, gli anziani, le fasce di marginalità sociali delle periferie e delle grosse aree metropolitane, gli operatori dei servizi territoriali considerati di serie B sono lasciati a se stessi , come è successo nel caso di Paola.

La riflessione che occorre fare e che stiamo andando nella direzione di un mondo senza futuro, dove le povertà sono in aumento, si evidenzia un aumento delle fragilità e si assiste all’ampliarsi del divario fra le classi sociali, la burocrazia diventa l’ostacolo principale alla realizzazione di idee dei giovani. Tutto ciò è espressione di un fallimento di politiche senza regole che hanno prodotto soltanto danni all’ambiente ed alle cittadinanze . Solo chi è forte e possiede grossi capitali può resistere mentre i deboli , i fragili sono destinati a non avere alcun futuro.

Siamo al punto che le contraddizioni stanno per collassare, vogliamo avere tutti una speranza ,un futuro, un progetto di vita per i giovani e per tutti noi. Questa speranza è necessaria per far sì che sia garantito un futuro. Vogliamo un paese civile, rispettoso delle regole, capace di dare ai cittadini dignità, serenità e benessere sociale. La nostra vita non può essere ricondotta solamente al principio dell’economia dei consumi che a nostro parere ha impoverito le casse dello stato producendo una dispersione di danaro pubblico,senza dare servizi utili alla popolazione. Bisogna rivedere l’intero assetto della organizzazione sociale,il passaggio da un welfare assistenziale ad un welfare di comunità che mette al centro le persone e non la disabilità, che considera la persona per l’appunto un centro di risorse. In questo tipo di Welfare si ha un radicale cambiamento, la persona da assistere viene coinvolta nel processo di cura e smette di essere centro di costo e diventa soggetto economico attivo.

La morte di Paola è una morte annunciata, Paola era la voce di coloro che ogni giorno si recano al lavoro non solo per fare il proprio dovere ,ma per fare di più. Paola come tutti noi voleva cambiare i modelli di vita di coloro che sono privati di diritti come i malati mente , di chi non è in grado di trovare soluzioni alle problematiche della vita, come le famiglie e gli utenti affetti da disagio mentale. Il lavoro che si fa ogni giorno nei servizi di salute mentale è di ascolto di problematiche esistenziali e psicopatologiche di persone in difficoltà per la casa , per la mancanza di un reddito minimo, per la mancanza di lavoro, persone che vivono la vita con disperazione e angoscia per il futuro. Una vita costellata da vissuti profondi che vengono condivisi con gli utenti e che spesso non hanno soluzioni immediate. Ogni giorno viviamo nei servizi le problematiche degli utenti con grande sofferenza da parte nostra, poiché siamo impossibilitati a risolvere i loro problemi a causa della carenza di risorse che il Welfare mette a disposizione. E’ necessario una politica dei servizi sociali con più risorse per le problematiche di salute mentale.

Questo lavoro che ogni giorno facciamo con passione e spesso con tutti i limiti ,è motivo di orgoglio per continuare a lottare per avere in Italia una salute mentale che sia distante dalla visione riduttiva dei modelli ospedalieri-manicomiali e di custodia come le cliniche psichiatriche e i luoghi fatiscenti delle residenzialità , che tanto prosperano e sono tanto sostenuti che assorbono più del 70 per cento della spesa sanitaria per la salute mentale.E’ riduttivo partire dagli ospedali premiando i Dirigenti degli SPDC con concorsi di II livelllo e di accorpare invece i CSM.

Come è scritto nella 180 e nei progetti obiettivi di salute mentale servono servizi di salute mentali forti e ben integrati con il territorio e gli enti locali , dotati di risorse accessibili nell’immediato. Servizi aperti per l’intera giornata, con risorse umane e con mezzi e strumenti moderni. E’ possibile razionalizzare la spesa sanitaria, orientando gli investimenti nella realizzazione di servizi forti come i CSM ad H 12 ed H 24 , alla realizzazione di politiche per l’abitare per le famiglie multiproblematiche che vivono in condizioni di precarietà e di carenza di servizi igienici, ed ad una rete di strutture leggere dove è possibile recuperare la dimensione umana. Gli investimenti in questa direzione hanno l’obiettivo di ridurre la residenzialità e i costi. Introdurre necessariamente i budget di salute per avere a disposizione risorse nell’immediato per progetti individualizzati e finalizzati all’inserimento psicosociale .Bisogna riconvertire le spese irrazionali, prime fra tutte le rette per strutture residenziali tradizionali, e innescare processi produttivi sostenibili a partire proprio dalle politiche sociali

Non ci servono sbarre, fucili, telecamere, muri di cinta, Franco Basaglia ha lottato contro questa logica che ripropone i manicomi , dobbiamo continuare a credere nelle buone pratiche di salute mentale, credere che è possibile la cura nei contesti di vita e credere nei servizi, fornendo loro nuovi slanci e risorse poiché hanno la capacità di restituire ai cittadini diritti di cittadinanza, inclusione sociale , opportunità di vita e salute.

Michele Grossi -CSM Manfredonia